La terapia chirurgica delle patologie tiroidee e paratiroidee deve
essere considerata disciplina delicata e non scevra da complicanze.
Tuttavia la sua pratica è da considerarsi ormai routinaria in
centri di riconosciuta eccellenza, da parte di chirurghi esperti e
dediti all’approfondimento dei vari aspetti connessi con questo
tipo di patologie.
Per chi volesse saperne di
più circa l’evoluzione della chirurgia tiroidea nei secoli, in
Italia e nel mondo, può consultare questa
Breve Storia.
La chirurgia della tiroide
La
nascita della moderna chirurgia della tiroide va fatta risalire a
Theodor Kocher (1841-1917) che per
primo eseguì con successo una tiroidectomia totale nel 1873. Il
merito di Kocher fu quello di definire i principi di tecnica
chirurgica (legatura dei vasi, preparazione dei nervi ricorrenti)
che ancora oggi sono il fondamento di questa chirurgia e di “…indicare
l’intervento radicale per gozzo come il trattamento più sicuro e
semplice nella generalità dei casi…”.
Dopo un centinaio
di tiroidectomie (delle quali 30 totali), nel 1883 Kocher, la cui
casistica era gravata da una bassissima mortalità per quei tempi,
incomincia a fare marcia indietro circa l’opportunità di eseguire
sempre una tiroidectomia totale, in quanto si era accorto dei
gravi disturbi generali che presentavano questi pazienti a
distanza dall’intervento. Si era infatti ancora in epoca
precedente all’isolamento (Kendall 1915) ed alla successiva
sintesi di laboratorio (Harrington 1926) degli ormoni tiroidei che
permetteranno di istituire l’opoterapia sostitutiva nei pazienti
tiroidectomizzati. Inizia pertanto l’epoca delle resezioni
parziali e fino al 1917, anno della sua morte, lui e la sua Scuola
eseguono circa 7000 interventi con una mortalità dello 0.3%.
Dopo Kocher
l’evoluzione della pratica chirurgica generale e soprattutto la
possibilità di sostituire la funzione tiroidea con prodotti di
sintesi, ha reso quasi routinario, per alcune Scuole, l’esecuzione
di un intervento che routinario non è, ma che anzi presenta
problematiche tecniche e di gestione pre e postoperatoria di
notevole spessore.
Una
delle problematiche che nel corso degli anni ha fatto più
discutere è senz’altro l’estensione dell’exeresi. Numerosi
sono stati i fautori delle exeresi parziali (lobectomie,
tiroidectomie subtotali, tiroidectomie quasi totali) nel tentativo
di conservare una funzione tiroidea residua all’intervento che
permettesse una vita normale anche senza terapia sostitutiva. Ma
l’elevatissima incidenza di ipotiroidismo postoperatorio, di
recidive di malattia e l’aumento esponenziale delle complicanze
postoperatorie nei reinterventi, nonché la difficoltà del
follow-up nei pazienti neoplastici, hanno convinto molti (e noi
siamo tra questi) ad estendere l’indicazione alla tiroidectomia
totale praticamente a tutti i casi.
A nostro avviso
perciò l’intervento di scelta "di prima mano"
nella chirurgia tiroidea per qualsiasi tipo di patologia
deve essere la TIROIDECTOMIA TOTALE,
cioè l’asportazione completa della tiroide.
Le complicanze
Le complicanze della chirurgia della tiroide, che in mani esperte
si verificano in percentuali estremamente ridotte (1% circa), sono
essenzialmente legate: ad una possibile emorragia postoperatoria,
alla lesione dei nervi laringei (superiori ed inferiori) oppure ad
un danno delle paratiroidi.
L’emorragia postoperatoria
si verifica in genere nelle prime 24 ore postoperatorie (il 75%
delle quali nelle prime 12 ore) e del tutto eccezionalmente oltre
le 24 ore (8 casi su 13.817 pazienti in 25 anni nella casistica
della Mayo Clinic pubblicata nel 2001). Il pronto reintervento per
perfezionare l’emostasi non comporta in genere un allungamento dei
tempi di degenza.
Nella nostra esperienza raramente l’emorragia è stata dovuta al
cedimento di una legatura vascolare, mentre la causa di gran lunga
più frequente è stata un accesso ipertensivo postoperatorio,
specie in pazienti già ipertesi nel preoperatorio. Per questo
motivo raccomandiamo un attento monitoraggio pressorio nei
pazienti operati, almeno per le prime 12 ore dopo l’intervento,
accorgimento che nella nostra casistica ha fatto crollare la
percentuale di emorragie postoperatorie.

Le lesioni dei nervi laringei
sono più gravi se si verificano a carico dei laringei inferiori (ricorrenti)
rispetto ai superiori. La lesione di un ricorrente determina la
paralisi in posizione paramediana della corda vocale omolaterale
con conseguente disfonia (alterazione del timbro della voce) e
riduzione dello spazio respiratorio. Se la lesione interessa
entrambi i ricorrenti la paralisi di entrambe le corde vocali
determina una riduzione tale dello spazio respiratorio da rendere
necessario eseguire una tracheostomia (apposizione di una speciale
cannula nella trachea) per permettere al paziente di respirare.
Se la continuità del nervo non è interrotta, la paralisi
ricorrenziale è in genere transitoria e la funzione viene ripresa
in un tempo variabile (comunque qualche mese), a seconda della
capacità rigenerativa del nervo e della lunghezza del tratto da
rigenerare. Se la continuità del nervo è interrotta la paralisi è
definitiva, ma esistono tecniche microchirurgiche ricostruttive
che, pur non assicurando la ripresa di una motilità normale,
restituiscono alla corda vocale paretica un tono ed un trofismo
che permettono un adeguato compenso da parte della corda
controlaterale sana.
Non bisogna credere che le lesioni ricorrenziali si verifichino
solo per errori del chirurgo. Esistono infatti determinate
circostanze in cui il rischio è estremamente elevato, come gli
interventi per tiroidite, i gozzi cervicomediastinici e
soprattutto i reinterventi per recidiva dopve la percentuale di
lesioni ricorrenziali addirittura decuplica rispetto agli
interventi “di prima mano”. E’ questo uno dei motivi per cui siamo
contrari alle exeresi parziali (tiroidectomie subtotali o quasi
totali), che in caso di recidiva, peraltro estremamente probabile,
rendono la preparazione chirurgica dei ricorrenti estremamente
difficoltosa.

Inoltre esistono delle anomalie anatomiche di decorso dei nervi
ricorrenti (i cosiddetti “ricorrenti che non ricorrono”) che
debbono essere conosciute dal chirurgo e riconosciute al tavolo
operatorio ed è per questo che auspichiamo che la chirurgia
tiroidea sia eseguita sempre in centri di alta specializzazione
specifica, da chirurghi esperti e dedicati all’endocrinochirurgia.
Le lesioni dei nervi laringei superiori sono meno gravi ma possono
essere responsabili di alterazioni del timbro della voce,
impossibilità ad emettere suoni acuti, facile esauribilità vocale,
variazioni dell’estensione del registro dell’intensità della voce.
Sono dovute in genere alla lesione della branca esterna del nervo
che si può verificare nelle manovre di legatura del polo vascolare
superiore della tiroide.
Esistono poi paralisi delle corde vocali non dovute a cause
chirurgiche. E’ il caso delle lesioni da intubazione difficoltosa,
da agenti virali, da terapia radiometabolica, da reflusso
gastroesofageo, da trazione durante la lussazione di grossi gozzi
cervicomediastinici.
Le lesioni delle paratiroidi
sono dovute in genere all’avulsione accidentale, specie quando
queste sono disposte al di sotto della capsula tiroidea, ma
possono verificarsi anche in relazione ad una loro
devascolarizzazione dovuta alla preparazione chirurgica. In genere
non basta l’asportazione di una singola paratiroide a determinare
l’ipoparatiroidismo postoperatorio, in quanto le paratiroidi
residue sono sufficienti ad assicurare buoni livelli di
paratormone nel sangue. E’ comunque buona norma osservare
attentamente il pezzo operatorio dopo l’asportazione, per
ricercare eventuali paratiroidi che possano essere state
accidentalmente escisse, per poi reimpiantarle in un muscolo del
collo. Questa procedura può determinare la ripresa funzionale
della paratiroide asportata.
L’ipoparatiroidismo può essere transitorio o definitivo ( se
persiste oltre i sei mesi dall’intervento) e può essere una
patologia estremamente invalidante per il paziente. Per questo va
posta la massima attenzione nella preparazione chirurgica allo
scopo di individuarle e preservarle. Come per le paralisi
ricorrenziali in determinate circostanze il rischio di
ipoparatiroidismo postoperatorio è più alto, come avviene negli
interventi per tiroidite, nei pazienti con tireopatie
iperfunzionanti, nei gozzi cervicomediastinici e soprattutto negli
reinterventi per recidiva. Questo è un ulteriore motivo per
indicare la tiroidectomia totale come intervento di scelta.
L’ipoparatiroidismo postoperatorio determina una riduzione più o
meno severa dei livelli di calcio nel sangue (ipocalcemia) che
provoca una sintomatologia caratterizzata da un aumento
dell’eccitabilità neuromuscolare che si evidenzia con vari gradi
di parestesie (formicolii alle estremità ed intorno alla regione
buccale, senso di intorpidimento muscolare ecc.) fino ad arrivare
alla cosiddetta “crisi tetanica” caratterizzata dalla contrazione
di diversi gruppi muscolari, in particolare di quelli facciali (trisma)
e di quelli del carpo (mano da ostetrico).
Negli ultimi anni la nostra percentuale di ipocalcemia
postoperatoria è diminuita sensibilmente grazie all’utilizzo di
una profilassi con Vit. D e sali di calcio per bocca che, iniziata
dalla prima giornata postoperatoria viene proseguita a dosaggi
sempre più bassi fino alla sospensione dopo circa 7-10 giorni
dall’intervento. L’utilizzo di questo tipo di profilassi ha
azzerato le crisi tetaniche postoperatorie con grande sollievo
nostro e dei pazienti, tanto da far prendere in considerazione, in
casi selezionati, la possibilità di applicazione di un regime di
ricovero in day-surgery con dimissione “sicura” a 24 ore
dall’intervento.
Accanto alle già descritte complicanze maggiori esistono anche
complicanze minori legate essenzialmente alla posizione sul tavolo
operatorio (sono in genere dovute alle possibili lesioni da
stiramento delle radici del plesso cervicale e brachiale con
conseguente dolore postoperatorio), alee complicanze settiche (dovute
in genere a sieromi e/o ematomi postoperatori), ed al risultato
estetico della ferita chirurgica (cicatrici ipertrofiche e
cheloidi).
Le linfectomie
Con
il termine linfectomia si indica l’asportazione di uno o più
gruppi linfonodali del collo. Questo tipo di intervento, che viene
realizzato unicamente per le patologie neoplastiche che danno
metastasi linfonodali (come il carcinoma papillifero o il
midollare), può essere eseguito.in contemporanea con la
tiroidectomia totale (“di necessità” se sono già presenti
linfonodi macroscopicamente metastatici oppure “di principio”,
cioè sempre, in caso di carcinoma midollare) o come intervento
successivo alla tiroidectomia totale nell’eventualità di comparsa
di metastasi linfonodali a distanza di tempo.
Ha il duplice
scopo di ottenere una stadiazione completa della neoplasia (per
rendersi conto di quanto questa sia progredita producendo
ripetizioni nei linfonodi) e di eliminare tutto il tessuto
linfonodale che può essere sede di metastasi. Può essere limitata
al cosiddetto “compartimento centrale” che comprende i linfonodi
delle catene ricorrenziali, il linfonodo delfico ed i linfonodi
del mediastino anterior-superiore (MAS), oppure interessare le
catene linfonodali laterocervicali (giugulare e dell’accessorio
spinale) mono o bilateralmente.
Dalla diagnosi alla
guarigione
Una volta
accertata la necessità di sottoporsi all’intervento chirurgico di
tiroidectomia totale, cosa deve sapere il paziente circa
l’esperienza che l’attende?
Innanzitutto il
chirurgo che effettuerà l’intervento deve spiegare, in modo chiaro
e comprensibile, durante un colloquio privato, in che cosa
consisterà l’operazione (asportazione totale o parziale della
tiroide e/o delle paratiroidi, asportazione dei linfonodi del
compartimento “centrale” e/o di quelli laterocervicali, estensione
e forma delle cicatrici, materiali utilizzati per la sintesi
cutanea, apposizione o meno di drenaggi, possibili complicanze ecc.).
Il paziente dovrà
avere eseguito i dosaggi ormonali (FT3, FT4, TSH) del tutto
recentemente, per evitare di eseguire l’intervento in uno stato di
ipertiroidismo (pericolo di crisi tireotossiche nel postoperatorio)
e, se presente, per effettuare una terapia con antitiroidei che
riporti i valori nella norma prima dell’intervento.
Se il paziente
assume farmaci che riducono l’aggregazione piastrinica o comunque
alterano i valori della coagulazione (pericolo di emorragia
postoperatoria), devono essere sospesi almeno una settimana prima
dell’intervento ed eventualmente sostituiti con eparina a basso
peso molecolare.
Tra
gli esami di routine preoperatori, specie per i pazienti già
operati sul collo, deve sempre essere prevista la visita
otorinolaringoiatrica con laringoscopia indiretta per vedere la
motilità delle corde vocali e l’ampiezza dello spazio respiratorio.
Quest’esame ha un’importanza fondamentale in quanto può scoprire
delle paralisi misconosciute delle corde vocali e questo reperto
costituisce un’informazione cardine per il chirurgo che durante
l’intervento deve rispettare i nervi ricorrenti che sono
responsabili della motilità delle corde vocali. Inoltre la
presenza di una paralisi ricorrenziale preoperatoria rende
maggiore il rischio di tracheostomia e di questo il paziente deve
essere informato ed esprimere un consenso specifico anche per
questa eventualità.
Ugualmente il
paziente deve esprimere un consenso specifico per l’eventuale
sternotomia mediana (apertura dello sterno per accedere al torace)
in caso di voluminosi gozzi cervicomediastinici che si
approfondano in torace e per le procedure associate di linfectomia
che possono essere gravate da complicanze specifiche.
Devono inoltre
essere evidenziate eventuali allergie ai metalli (per escludere
mezzi metallici di sintesi cutanea) ed agli antibiotici che
saranno usati nel postoperatorio.
Dopo l’intervento
è utile monitorare la pressione arteriosa almeno per le prime 12
ore postoperatorie in quanto le emorragie postoperatorie sono
spesso legate a crisi ipertensive, specie in pazienti già ipertesi
nel preoperatorio.
La mattina della
prima giornata postoperatoria il paziente si può alzare ed
assumere normalmente gli alimenti, i drenaggi vengono rimossi e,
se si sono utilizzate grappe metalliche per la sintesi cutanea, ne
possono essere rimosse la metà. La seconda metà sarà rimossa in
terza giornata postoperatoria.
Sempre in prima
giornata postoperatoria viene iniziata la profilassi
dell’ipocalcemia mediante l’assunzione di sali di calcio e
calcitriolo (Vit. D) per bocca. Il trattamento continuerà a
dosaggi scalari decrescenti nei giorni successivi fino alla
sospensione che avverrà tra la settima e la decima giornata
postoperatoria. Questa profilassi permette, in casi selezionati
sulla base di fattori ben precisi, di dimettere il paziente a 24
ore dall’intervento consentendone il ritorno a casa in piena
sicurezza e realizzando un notevole risparmio sulla spesa
sanitaria legata alla degenza.
In genere, per i
pazienti che rimangono ricoverati si monitorizzano i valori di
calcemia nei tre giorni dopo l’intervento e quindi una settimana
dopo la sospensione del trattamento con sali di calcio e
calcitriolo.
Una visita di
controllo ambulatoriale che prevede anche la comunicazione al
paziente dell’esito dell’esame istologico viene effettuata circa
tre settimane dopo l’intervento dopodichè il paziente torna nelle
mani dell’endocrinologo che ne curerà il follow-up a distanza, la
terapia sostitutiva, ed in caso di patologie neoplastiche,
l’eventuale scintigrafia total-body e la terapia radiometabolica.
E’ buona norma fornire ai pazienti dimessi (specie se questo
avviene dopo 24 ore dall’intervento) uno o più recapiti telefonici
dei Sanitari della struttura ed in particolare dell’operatore per
poter dar modo di comunicare eventuali dubbi sulle terapie da
effettuare a domicilio o sull’andamento del postoperatorio.
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