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Le malattie della tiroide
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Le malattie della tiroide comprendono patologie
benigne, che dal punto di vista funzionale sono riconducibili a forme
normo- ipo- e iperfunzionanti (a seconda della quantità di ormoni
tiroidei prodotti), patologie infiammatorie e patologie neoplastiche.
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L'ipertiroidismo
Il termine ipertiroidismo si riferisce a qualsiasi condizione in
cui ci sono troppi ormoni tiroidei in circolo. Questo molto
comunemente è dovuto ad un'iperattività generalizzata di tutta la
ghiandola, una condizione anche conosciuta come "gozzo
tossico diffuso" o Morbo di Basedow.
Alternativamente, uno o più noduli nella tiroide possono diventare
iperattivi , una condizione conosciuta come gozzo tossico uni- o
pluri-nodulare. Infine, si può diventare ipertiroidei se si ha una
tiroidite, se si assumono troppi ormoni tiroidei per bocca o per
particolari malattie dell’ipofisi.
Il Basedow
Il morbo di Flajani-Graves-Basedow prende il nome da Giuseppe
Flajani (1741-1808), primario chirurgo dell’Ospedale S. Spirito di
Roma, che descrisse e trattò i primi due
casi (in realtà probabilmente solo delle tiroiditi),
dal chirurgo irlandese Robert James Graves (1796-1853) che
descrisse tre casi di gozzo accompagnato da protrusione dei
globi oculari e tachicardia (segni clinici che non mise in
correlazione tra di loro) e dal medico tedesco Karl
Adolf von Basedow (1799-1854) che per primo
pubblicò nel 1840 la descrizione completa
della malattia

Il Basedow è una malattia autoimmune, cioè causata da
autoanticorpi (anticorpi rivolti verso normali costituenti
dell’organismo). In questo caso gli autoanticorpi sono rivolti
contro i recettori del TSH, causando una continua stimolazione
della tiroide a produrre ormoni. Ma la tiroide non è soltanto
l’organo-bersaglio, ma è sede di cloni linfocitari
helper/inducer capaci di stimolare la produzione, da parte di
linfociti B e macrofagi, di anticorpi stimolanti il TSH.
I sintomi ed i segni dell'ipertiroidismo sono dovuti
all'eccesso di ormoni tiroidei. I sintomi comuni includono perdita
di peso, nervosismo, irritabilità, intolleranza ai climi caldi,
eccessiva sudorazione, tremori e debolezza muscolare. Altri segni
includono tachicardia, palpitazioni,
ipereccitabilità emozionale, apprensione, insonnia, perdita
di grasso e di massa muscolare, aumento di volume della tiroide
(gozzo), perdita di capelli, amenorrea (scomparsa
delle mestruazioni), fini tremori delle dita e cute
assottigliata, calda, umida e vellutata.
Circa il 50% dei pazienti hanno significativi segni oculari
(oftalmopatia).
Gli
occhi che fuoriescono
dalle orbite (esoftalmo) sono rossi
ed acquosi e le palpebre sono gonfie e parzialmente retratte dando
al paziente un aspetto attonito. Molto spesso gli occhi non si
muovono bene perché i muscoli oculari
inspessiti sono incapaci di lavorare in maniera precisa.
L’esoftalmo è la conseguenza di un edema del connettivo lasso
retro-bulbare, con infiltrazione di cellule linfoidi, iperplasia
fibrosa, depositi mucopolisaccaridici ed aumento della componente
adiposa. Le stesse alterazioni si possono localizzare, ma
con minor frequenza, nel sottocutaneo sovrastante la tibia
(mixedema pre-tibiale), in quello del dorso dei piedi e delle
mani.
Gli ormoni tiroidei hanno un'ampia varietà di effetti sul corpo
ed i sintomi ed i segni li riflettono. In termini semplici tutti i
processi metabolici sono accellerati, per esempio il polso è
rapido (sopra i 100), la funzione intestinale è accellerata
(possibili diarree), e le ghiandole sudoripare lavorano
eccessivamente. Il sistema nervoso è ugualmente stimolato così che
il paziente diventa irritabile e nervoso. A dispetto dell'aumento
dell'appetito il paziente in genere perde peso perché l'introito
alimentare non può tenere testa al catabolismo proteico.
Il risultato finale è un paziente magro, caldo, nervoso, con
occhi protrudenti ed un gozzo, una situazione clinica classica
riconosciuta da ogni medico che ha precedentemente visto un tale
paziente.
Il gozzo tossico
nodulare Può
essere uni o plurinodulare. Il primo, detto anche Morbo di
Plummer, è dovuto ad un adenoma (tumore benigno) della tiroide che
produce ormoni tiroidei in maniera svincolata dal normale
controllo ipotalamico-ipofisario (Vedi capitolo sugli
Ormoni Tiroidei),
determinando spesso l’inibizione funzionale del restante
parenchima tiroideo che a questo controllo continua ad essere
soggetto. E’ fornito di una propria capsula relativamente spessa e
ben definita e circondata da parenchima tiroideo normale. Alla
scintigrafia si presenta come un nodulo unico, “caldo”, cioè con
un’elevata captazione (Vedi capitolo
Scintigrafia).
Gozzo cervicomediastinico con adenoma
(nodulo caldo)
parzialmente inibente il lobo sinistro
Nel gozzo tossico
plurinodulare invece il nodulo iperfunzionante è uno dei tanti
noduli di iperplasia presenti all'interno della tiroide che,
inizialmente normofunzionante, si svincola dal controllo
ipotalamo-ipofisario cominciando a produrre ormoni tiroidei in
quantità eccessiva. Il nodulo non è fornito di una capsula propria
ma di una pseudocapsula ed alla scintigrafia appare anch'esso come
un nodulo "caldo", ma insieme ad altri noduli "feddi" o
normocaptanti. |
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L'ipotiroidismo
L’ipotiroidismo è una delle malattie più importanti e spesso non
diagnosticate. E’ stata chiamata “la malattia insospettabile” e
determina un gran numero di disturbi nei bambini, negli
adolescenti e negli adulti.
Causa dell’ipotiroidismo è una
ridotta produzione di ormoni tiroidei oppure la loro mancata
utilizzazione.
Quando la tiroide funziona
normalmente usa l’amminoacido chiamato tirosina e lo iodio per
formare l’ormone tiroideo tiroxina o T4, chiamata così perché
contiene quattro atomi di iodio. Se si viene privati dello iodio
nella dieta si sviluppa un aumento delle dimensioni della tiroide,
il gozzo, ed i sintomi dell’ipotiroidismo.
L’altro importante ormone tiroideo è
la triiodiotironina, il T3, perché ha tre atomi di iodio. Il T3 è
l’ormone maggiormente attivo, molto più del T4.
Il T4 viene fatto all’interno della
tiroide ed è poi convertito nella forma attiva T3 nei tessuti
periferici. In alcune condizioni, come lo stress, la tiroide può
produrre una sufficiente quantità di T4 da ottenere un valore
plasmatico normale, ma la sua conversione in T3 può essere inibita
causando un’insufficienza relativa di T3 attivo. In queste
condizioni i pazienti possono avere sintomi di ipotiroidismo a
dispetto della normalità dei dosaggi ormonali.
La conversione del T4 relativamente
inattivo nella forma attiva T3 è un processo importante. Quali
nutrienti sono necessari per aiutare questa conversione? Oltre a
sufficienti quantità di cortisolo sono necessari per questa
conversione ferro, zinco, rame e selenio. La carenza di questi
minerali può impedire la conversione di T4 in T3 ed andrebbe
corretta se presente.
La produzione ed il rilascio
dell’ormone tiroideo è controllato da un ormone (TSH o ormone
stimolante la tiroide) prodotto dall’iposisi. Una patologia
ipofisaria che determina una bassa secrezione di TSH può esitare
in una bassa produzione di ormoni tiroidei.
I disturbi che caratterizzano
l’ipotiroidismo sono: scarsa energia, affaticamento e
stanchezza specialmente al mattino, disturbi del sonno
(richiedendo 12 o più ore di sonno al giorno), difficoltà a
perdere peso, intolleranza al calore e/o al freddo, specie alle
mani ed ai piedi, depressione, sbalzi di umore, fobie, lentezza
dei processi mentali, assenza di memoria, cefalee, emicranie,
gonfiore della faccia e ritenzione idrica in genere, acne, pelle
grossolanamente secca, unghie fragili, aerofagia, flatulenza,
stipsi, diarrea, difficoltà di deglutizione, indigestioni,
frequenti infezioni colecistiche, alterazioni mestruali, problemi
di fertilità, ridotta libido, rigidità articolare, crampi
muscolari, cortezza del respiro sotto sforzo e dolore toracico,
infezioni nasali, frequenti infezioni respiratorie, allergie,
asma, palpitazioni, problemi cardiaci, disturbi visivi.
Bisogna fare attenzione al fatto che
un ipotiroideo non deve avere necessariamente tutti i sintomi
descritti, ma può averne solo alcuni.
Per una corretta diagnosi di
ipotiroidismo il clinico deve condurre un’attenta storia medica
(anamnesi) ed un esame obiettivo accurato.
Cosa nell’anamnesi suggerisce la
possibilità di un ipotiroidismo? Per quanto riguarda i
neonati ed i bambini, un peso eccessivo alla nascita può fa
pensare ad un ipotiroidismo. Durante l’infanzia una dentizione
precoce o tardiva, un ritardo nel camminare e nel parlare
suggeriscono una diminuita funzione tiroidea. Inoltre frequenti
otiti, raffreddori, polmoniti, bronchiti od altre infezioni,
problemi scolastici, incluso la difficoltà di concentrazione, un
abnorme affaticamento (specie la difficoltà ad alzarsi la mattina
e la scarsa abilità atletica) suggeriscono l’ipotiroidismo.
Durante la pubertà troviamo gli
stessi problemi con la scuola e con l’affaticamento. Spesso le
ragazze adolescenti hanno irregolarità mestruali, sindrome
premestruale e periodi dolorosi. L’abuso di farmaci ed alcool è
comune.
Tutti i disturbi descritti possono
essere trovati nella storia familiare. Particolare enfasi deve
essere posta sull’ipotiroidismo dei genitori e familiari. Anche
una storia familiare di tubercolosi suggerisce la possibilità di
un ipotiroidismo.
L’esame obiettivo spesso rivela che
i capelli sono secchi, fragili e assottigliati. Si perde il terzo
esterno del sopracciglio. Si nota spesso gonfiore sotto gli occhi.
La lingua è spesso gonfia e protrusa. La pelle può essere
ruvida, secca e frolla ed avere evidenza di acne. La pelle può
avere inoltre una colorazione giallastra dovuta all’alto contenuto
di carotene. Le unghie tendono ad essere fragili e si rompono
facilmente. La tiroide può essere aumentata di volume. Il paziente
è il più delle volte sovrappeso, ma può anche essere sottopeso.
Mani e piedi sono frequentemente freddi al tatto. I riflessi sono
lenti o assenti. La frequenza cardiaca è spesso bassa anche se il
paziente non è un atleta ben allenato.
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Le tiroiditi
Le tiroiditi sono distinte in una forma acuta (suppurativa), una
forma subacuta (tiroidite di De Quervain), una forma cronica
(tiroidite di Riedel) ed una forma autoimmune (Tiroidite di
Hashimoto).
Le tiroiditi
suppurative sono rare, dovute ad infezioni della
tiroide da parte di germi piogeni (produttori di pus) provenienti
da focolai settici vicini o lontani alla ghiandola.
La sintomatologia è caratterizzata da dolore
nella regione anteriore del collo, dolore alla deglutizione,
febbre e malessere generale. Dal punto di vista terapeutico si
giova della terapia antibiotica mirata e del drenaggio chirurgico
di eventuali raccolte purulente.
La tiroidite
subacuta di De Quervain è una forma granulomatosa di
probabile origine virale, spesso susseguente ad infezioni delle
prime vie aeree. Colpisce di preferenza il sesso femminile dai 30
ai 50 anni. La distruzione del tessuto tiroideo provoca il
passaggio di una certa quantità di ormoni tiroidei, contenuti nei
follicoli, nel torrente ematico determinando un lieve quadro
iniziale di ipertiroidismo (cardiopalmo, irritabilità, facile
stancabilità). Anche qui il dolore è il sintomo più frequente,
irradiato verso l’alto all’orecchio, alla mandibola ed alla nuca
ed esacerbato dalla deglutizione. La tiroide risulta aumentata di
dimensioni in toto o parzialmente. La terapia prevede l’utilizzo
di cortisonici ed in alcuni casi di beta-bloccanti.
La tiroidite di
Riedel è estremamente rara e colpisce prevalentemente
donne dai 40 ai 60 anni. La causa è sconosciuta anche se alcuni
ritengono che sia una forma evolutiva della tiroidite di
Hashimoto. Il tessuto tiroideo viene trasformato in tessuto
fibroso che coinvolge anche le strutture adiacenti (trachea,
esofago, nervi laringei inferiori), mentre i fenomeni infiammatori
sono pressoché assenti. La sintomatologia è essenzialmente di tipo
compressivo per l’aumento di volume della tiroide e spesso il
quadro viene confuso con quello dei carcinomi indifferenziati, ma
non sono presenti linfoadenopatie locoregionali.
La
tiroidite di Hashimoto (descritta per la prima volta
nel 1912 dal Dr. Hakaru Hashimoto) è la forma più frequente di
tiroidite, colpisce di preferenza il sesso
femminile con un rapporto di 5 a 1 rispetto a quello maschile, in
genere tra i 30 ed 60 anni ed ha una patogenesi autoimmune.
Esistono infatti degli anticorpi contro determinati antigeni
tiroidei (tireoglobulina, tireoperossidasi, recettore per il TSH)
e la tiroide presenta un’intensa infiltrazione da parte di
linfociti (un tipo di globuli bianchi), tale da meritarle il nome
di “tiroidite cronica linfocitaria”. La presenza di anticorpi
antitiroide è fortemente predittiva dello sviluppo di un futuro
ipotiroidismo. Secondo alcuni Autori il primum movens nello
sviluppo di questo tipo di tiroidite sarebbe un’infezione virale o
batterica che determinerebbe la sintesi di anticorpi che
attaccherebbero il tessuto tiroideo ma, anche altri meccanismi
sono stati chiamati in causa. Questo processo autoimmune ha
caratteristiche di familiarità in quanto si ritrovano anticorpi
antitiroide in più del 50% dei familiari di pazienti affetti da
questa patologia.
Clinicamente i pazienti con Hashimoto possono
presentare una tiroide aumentata di dimensioni oppure piccola e
fibrosa con o senza sintomi di ipotiroidismo. Nella maggior parte
dei casi il dolore è assente o può essere presente una sensazione
di fastidio nella regione anteriore del collo. Nel siero si
repertano pressoché di regola anticorpi antiperossidasi e molto
spesso anche antitireoglobulina. Può essere associato
ipotiroidismo con valori elevati di TSH; la VES può essere elevata
e possono rilevarsi anomalie dell’elettroforesi proteica specie a
carico della frazione gamma.
La diagnosi si avvale oltre che dei dosaggi
anticorpali anche delle comuni metodiche strumentali (ecografia,
scintigrafia), nonché dell’esame citologico su agoaspirato (FNAB).
La terapia è essenzialmente rivolta a
correggere l’ipotiroidismo e può giovarsi dell’utilizzo di
cortisonici. Il ricorso al trattamento chirurgico (che deve
prevedere sempre la tiroidectomia totale, dato il carattere
autoimmunitario della patologia) è riservato ai casi in cui si
sospetti l’insorgenza di una neoplasia (linfoma,
carcinoma papillifero), evenienza non rarissima.
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Le neoplasie
I tumori della tiroide sono distinti in forme differenziate ed
indifferenziate a seconda che il tessuto neoplastico conservi più
o meno le caratteristiche morfo-funzionali del tessuto tiroideo
normale.
Le più frequenti
sono le forme differenziate: il carcinoma papillifero ed il
carcinoma follicolare.
Le loro metastasi hanno la capacità di captare lo iodio
come il tessuto tiroideo normale e questo riveste una notevole
importanza sia dal punto di vista diagnostico (scintigrafia
total-body) che terapeutico (terapia
radiometabolica).
La diagnosi delle
neoplasie della tiroide è clinica e
strumentale, avvalendosi delle
moderne metodiche di imaging (ecografia,
scintigrafia,
TC, RMN,
PET) e di opportuni
test di laboratorio.
La terapia è
essenzialmente
chirurgica e prevede
l’asportazione completa della tiroide (tiroidectomia totale)
associata o meno a procedure di linfectomia (asportazione dei
linfonodi del collo) più o meno estese a seconda del tipo
istologico e della stadiazione della malattia.
Il carcinoma papillifero è il
più frequente dei tumori della tiroide costituendo circa il 90%
dei tumori primitivi della tiroide e circa l’1% di tutte le
neoplasie. La sua incidenza nelle casistiche autoptiche (eseguite
in corso di autopsie di pazienti deceduti per altre cause) arriva
fino al 60%, e l’incidenza di carcinomi papilliferi occulti in
pazienti operati per patologia benigna della tiroide può arrivare
anche al 20%. Questo sta a significare che la presenza di un
carcinoma papillifero spesso non influenza l’aspettativa di vita
che è legata a diversi altri fattori.
E’ più frequente nelle donne rispetto
agli uomini e colpisce anche l’età infantile. Può essere
multicentrico e bilaterale (diversi focolai neoplastici
all’interno di uno o di tutti e due i lobi della tiroide)
e metastatizza prevalentemente per via linfatica.
L’esposizione a radiazioni ionizzanti, specie nei soggetti in
giovane età (inferiore a 20 anni) sembra aumentare
significativamente il rischio di insorgenza.
Se ne conoscono
diverse varianti: microcarcinoma (inferiore ad 1 cm di diametro
massimo), variante follicolare (diffusa ed incapsulata), variante
solida (più frequente nei bambini), variante a cellule alte, a
cellule colonnari, variante in sclerosi diffusa, variante
incapsulata, variante a cellule ossifile, a cellule chiare,
mixoide, cribriforme-morulare. Alcune di queste (a cellule alte, a
cellule colonnari, a cellule ossifile, in sclerosi diffusa)
sembrano avere un’aggressività maggiore rispetto al papillifero
classico e maggiore tendenza a dare metastasi linfonodali.
Oltre al tipo istologico esistono altri fattori
prognostici di aggressività: l’età (i pazienti al di sopre dei 45
anni sono a prognosi più severa), il sesso (più sfavorevole per
gli uomini), le dimensioni del tumore (prognosi peggiore per
tumori di diametro superiore ai 4 cm), la multicentricità (più
alta possibilità di metastasi linfonodali ed a distanza),
l’invasione della capsula tiroidea e/o l’invasione vascolare o
extratiroidea, la presenza di metastasi linfonodali e/o a
distanza.
Il carcinoma follicolare,
anch’esso un tumore “differenziato” della tiroide, ha un’incidenza
che varia dal 5% al 15% dei tumori tiroidei ed è più frequente
dopo i 50 anni di età. Anch’esso predilige il sesso femminile con
rapporto che varia tra 2 e 5 ad 1 a seconda delle casistiche e
metastatizza prevalentemente per via ematica ai polmoni ed alle
ossa (prevalentemente quelle del cingolo scapolare, allo sterno,
alle coste, alle vertebre, alla teca cranica).
Un fattore di
rischio importante sembra essere la carenza di iodio nella dieta,
essendo più frequente nelle area di endemia gozzigena (dove cioè è
più frequente la patologia benigna della tiroide). Anche
l’esposizione a radiazioni ionizzanti, specie durante
l’adolescenza, è da considerare un fattore che aumenta il rischio
di insorgenza.
In base
all’estensione dell’infiltrazione è stato distinto in una forma
“minimamente invasiva” (nella quale può essere presente solo
l’invasione capsulare oppure anche quella vascolare) ed in una
forma “ampiamente invasiva”. Il carcinoma a cellule di Hurtle ed
il “carcinoma insulare”, inizialmente considerati varianti del
follicolare devono essere considerati come entità distinte. In
paricolare l’insulare ha aggressività e caratteristiche
prognostiche più vicine a quelle dei tumori indifferenziati.
Il carcinoma midollare viene
considerato un tumore della tiroide, ma in realtà sarebbe più
giusto dire che è un tumore “nella” tiroide. Infatti non deriva da
cellule tiroidee, ma dalle cellule C parafollicolari di
derivazione embrionale diversa da quelle tiroidee. Queste cellule
producono un ormone, la calcitonina, che è il marker specifico di
questa neoplasia.
E’ dovuto ad una
modificazione genetica a carico del protooncogene RET che può
essere scoperta da un apposito test genetico mediante un semplice
prelievo di sangue.
Se ne conosce una
forma sporadica non ereditaria, una forma familiare associata ad
altre endocrinopatie a costituire le sindromi poliendocrine
multiple (MEN) ed una forma familiare non associata alle MEN. La
forma sporadica è la più frequente, circa l’80% dei casi.
L’iperplasia delle cellule C, che può essere considerata una fase
precancerogena, può essere presente in età infantile o già dalla
nascita.
Nella MEN 2A il
carcinoma midollare è associato al feocromocitoma (tumore del
surrene che produce catecolamine) ed
all’iperparatiroidismo primitivo
per presenza di un adenoma delle paratiroidi. Nella
MEN 2B, a prognosi peggiore, si associa al feocromocitoma, a
ganglioneuromi cutanei e mucosi ed a modificazioni scheletriche a
tipo Sindrome di Marfan (malattia ereditaria del tessuto
connettivo che colpisce in primo luogo le ossa ed i legamenti, ma
anche il cuore, i vasi sanguigni, i polmoni e gli occhi).
Metastatizza sia
per via linfatica (ai linfonodi del collo) sia per via ematica (ai
polmoni, al fegato ed alle ossa). Fattori prognostici favorevoli
sono l’assenza di metastasi, la giovane età, il sesso femminile,
la familiarità.
In caso venga
posta diagnosi di carcinoma midollare della tiroide è molto
importante indagare circa la presenza di un feocromocitoma
associato prima di sottoporre il paziente all’asportazione della
tiroide per evitare complicazioni dovute all’improvviso rilascio
di catecolamine durante l’intervento. L’asportazione del
feocromocitoma surrenalico può quindi essere propedeutica alla
tiroidectomia totale.
Il carcinoma indifferenziato è
il tumore più aggressivo della tiroide ed è a prognosi infausta.
Predilige il sesso femminile con un rapporto di 3 a 1 e l’età
avanzata (oltre i 60 anni). In un’alta percentuale di casi è
presente una mutazione a carico del gene soppressore p53. La
preesistenza di una patologia tiroidea benigna o maligna è
considerato un fattore di rischio.
In genere
l’accrescimento è rapido con infiltrazione delle strutture
circostanti (trachea, esofago, vasi mediastici ecc.) ed
altrettanto rapida diffusione metastatica sia per via linfatica
che ematica.
La terapia, spesso
solo palliativa, si avvale di chirurgia, radioterapia e
chemioterapia, da sole o associate tra loro. Le migliori
sopravvivenze sembrano essere state raggiunte dall’utilizzo
sequenziale di tutte e tre le opzioni terapeutiche.
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